]..."In un panorama nel quale i soggetti sono disseminati in comunità diverse per lingua, storia e cultura, l'esigenza della traduzione si manifesta nello spazio pubblico"...[

domenica 19 febbraio 2017

L’architettura “selvaggia”


martedì 26 aprile 2016

I MACROLOTTI DI PRATO: FAME DI SPAZIO PUBBLICO

Articolo curato dai soci fondatori di [chì-na]: Arch.  Emanuele Barili, Arch. Cosimo Balestri e Arch. Olivia Gori.

MACROLOTTO ZERO. TEMPORANEO O IMMAGINARIO?
"Piazza dell’Immaginario è un progetto di Dryphoto arte contemporanea, con la curatela di Alba Braza. Nel 2016 la seconda edizione della manifestazione ha visto il coinvolgimento degli architetti Cosimo Balestri, Emanuele Barili, Olivia Gori, Alberto Gramigni e dell’Associazione culturale [chì-na]. Gli architetti ci raccontano la loro esperienza nel cuore del Macrolotto 0 di Prato.
Il quartiere sorge al di fuori di Porta Pistoiese, i primi insediamenti industriali vedono la luce a cavallo tra il XIX e il XX secolo. Apparentemente in linea con molte altre aree industriali del paese, durante gli anni del boom economico si assiste a un periodo di crescita incontrollata. È così che prende forma il Macrolotto 0, fatto di capannoni e case tenuti insieme dal labirinto dei muri che delimitano le proprietà e i piazzali per lo scarico delle merci. Con l’abbandono progressivo del modello produttivo della micro-impresa, caratterizzato da una forte commistione tra ambiente lavorativo e abitazione, in gergo uscio e bottega, il quartiere si svuota pian piano a favore delle lottizzazioni industriali Macrolotto 1 e 2, pianificate ed equipaggiate delle infrastrutture necessarie alla media e grande industria.
Da questo momento in poi il Macrolotto 0 diviene oggetto di numerose speculazioni urbanistiche, architettoniche e antropologiche, argomento di innumerevoli tesi e corsi universitari. Sui tavoli da disegno questo tratto di città è stato immaginato più e più volte, numerosi progetti si sono susseguiti alla frenetica ricerca di un nuovo volto del quartiere, proponendo cambiamenti radicali e prevedendo nella maggior parte dei casi una consistente sostituzione edilizia.
 In Un progetto per Prato [1],  la mixitè teorizzata da Bernardo Secchi con specifico riferimento a questo luogo ha esercitato una certa seduzione su più generazioni di architetti. Tuttavia i risultati prodotti da questo interesse non tengono di conto, forse a causa del periodo storico ed economico in cui hanno preso forma, del valore intrinseco del quartiere e della sua immagine ben lontana da quei luoghi generici definiti come [2] non luoghi.
Città futuristica e futuribile o sterile quartiere dormitorio, il Macrolotto 0 è stato ripensato in tutti i modi, senza che mai se ne cercasse la vera essenza.
 Demolizione ad ampio raggio e sostituzione incondizionata intese come medicine al degrado si sono dimostrate rimedi discutibili. Dovremmo forse chiederci cosa intendiamo per degrado e se quello che vediamo tutti i giorni in questo quartiere possa essere definito tale. La comunità cinese che lo abita, tra le prime in Europa per numero di abitanti, dirige uno dei distretti del pronto moda più grandi del vecchio continente. Il quartiere è uno dei luoghi più dinamici e autentici di tutta la città. Questo luogo di frontiera, dove tutto sembra possibile, presenta una forte contraddizione tra la dinamicità delle sue interazioni economico-sociali e le condizioni di vita a volte estreme, spesso legate alla presenza di una diffusa illegalità.
 Il rapporto che la comunità orientale ha sviluppato con la strada e i luoghi di aggregazione è il frutto di una rara contingenza di fattori. Il modello europeo di piazza come luogo di incontro e socializzazione non trova un corrispettivo nel modello orientale dove le piazze sono luoghi di rappresentanza ed espressione di potere. In Cina all’interno degli hutong, nuclei storici o pseudo-storici costituiti da un tessuto edilizio consolidato, la vita delle persone si alterna tra strada e corti private in un continuo scambio di relazioni. Il continuo passaggio tra la sfera pubblica e la sfera privata, tra casa, corte e strada genera numerose situazioni di promiscuità.

In un quartiere come quello della prima periferia di Prato, dove la ghettizzazione e la mancanza di spazio pubblico mettono in luce un’assenza dell’intervento dell’amministrazione, si è potuto facilmente ricreare una sorta di modello cinese. Le persone si riversano per la strada e, data la totale mancanza di spazio pubblico e l’elevata densità dell’edificato, sono costrette in questo unico luogo di relazione e di incontro. Piccoli spazi di risulta, spesso marginali, diventano scenari senza alternativa di vita all’aperto. Non è strano imbattersi in persone sedute sui cordoli dei marciapiedi, persone che discorrono e passeggiano in un parcheggio, persone che in estate affollano le recinzioni di giardini privati per godere dell’ombra di una chioma d’albero sporgente.
Il reale degrado dell’area è da ricercarsi in questa grave mancanza alimentata dallo scherzo urbanistico che è stato il Macrolotto 0; è difficile aspettarsi da parte della cittadinanza la cura e il rispetto per la cosa pubblica quando la cosa pubblica di fatto non esiste. Per accrescere senso civico la comunità ha bisogno di luoghi dove ritrovarsi, di luoghi nei quali identificarsi e per i quali provare un senso di attaccamento e affezione.
Assistiamo oggi a un ritrovato interesse verso il tema dello spazio pubblico e per i luoghi della collettività, argomenti sempre più oggetto di studio e di sperimentazione nella città europea. Il periodo di incertezza creato dal protrarsi di una crisi tutt’altro che passeggera e la scarsa liquidità di molte pubbliche amministrazioni rendono la questione dello spazio pubblico, del suo progetto e della sua gestione un tema fondamentale. Oggi una delle massime espressioni di avanguardia nella progettazione è lavorare sui luoghi della comunità partendo da un buon processo di ascolto e coinvolgimento, fino ad arrivare alla determinazione di uno spazio in cui le persone possano immedesimarsi e ritrovarsi. In ragione di questa crisi possiamo affermare con un un velo di ottimismo che l’Europa non ha bisogno di guardare ai paesi in via di sviluppo come fucine di novità e di sperimentazione, ma può trovare un terreno fertile anche entro i suoi confini.
Proprio in virtù di queste ragioni il Macrolotto 0 è da considerarsi un quartiere laboratorio all’interno di una città laboratorio. La totale assenza di spazio pubblico, i notevoli problemi di inclusione sociale tra le comunità all’interno della città più multietnica d’Italia, la voglia e necessità di reinventarsi dopo un crisi strutturale che la vede come tra le più colpite a livello nazionale ne sono evidente testimonianza. Dal dopoguerra fino ad oggi lo smembramento delle proprietà delle grandi fabbriche in una miriade di micro-imprese ha creato una situazione di estrema parcellizzazione dei suoli, rendendo complesso e talvolta impossibile riuscire a progettare piani di recupero che interessino un numero sempre più alto di attori coinvolti.
Andare quindi a lavorare in modo discreto, attraverso una sapiente rigenerazione puntuale, lavorando sui temi dello spazio pubblico e dei contenitori vuoti da recuperare e rifunzionalizzare sembra la medicina giusta per questo tipo di problema. Questo è l’approccio utilizzato dalle associazioni presenti sull’area: [chì-na] e Dryphoto, nei rispettivi campi d’azione, hanno realizzato alcuni interventi sul territorio.

Piazza dell’immaginario nasce nel 2014 come progetto artistico a cura di Dryphoto arte contemporanea, con la curatela di Alba Braza. Il progetto è il risultato di un attento lavoro di ascolto portato avanti con la comunità, fondato sulla convinzione che ognuno ha il diritto di divenire parte del processo di riqualificazione e cambiamento. Il principio è quello di far uscire le opere d’arte dai musei e portare l’arte tra la gente, con l’obiettivo di rendere ogni singolo cittadino produttore di soggettività. Tra gli artisti coinvolti per la manifestazione, la coppia Pantani-Surace ha riportato su carta, con l’azione [3] La responsabilità dei cieli e delle altezze, un momento ludico e di aggregazione all’interno del quartiere. Dopo aver prodotto tre grandi stampi in legno, ognuno raffigurante un ideogramma cinese, i passanti sono stati invitati a saltare sugli stampi stessi imprimendo su carta, come in una xilografia, il messaggio “ti amo”. Le stampe sono state successivamente affisse sui muri della piazza.
Nel 2015 la seconda edizione di Piazza dell’immaginario ha visto arte e architettura lavorare a fianco. L’associazione culturale [chì-na] è stata coinvolta per curare il progetto dello spazio pubblico. La sfida era quella di trasformare un parcheggio di 800 mq in una piazza per il quartiere. La creazione della piazza si è rivelata un gesto semplice dall’impatto profondo, in una zona della città dove l’assoluta mancanza di spazio pubblico costituisce un problema quotidiano per le persone che la abitano. Proprietà privata del prospiciente supermercato PAM e un tempo recintata, l’area è stata utilizzata a lungo come parcheggio. In modo analogo a molti altri spazi nel Macrolotto 0, il confine tra carattere pubblico e privato non è mai stato ben chiaro. Grazie a una convenzione con l’amministrazione e alla volontà della proprietà di recuperare un luogo degradato è stato possibile aprire questo angolo di città ai residenti.
Il progetto ha visto la partecipazione di numerosi attori. L’amministrazione comunale, l’Associazione dell'Amicizia dei Cinesi di Prato e la Regione Toscana attraverso il Museo Pecci sono stati i principali promotori dell’iniziativa. Grazie al lungo e paziente lavoro sul territorio delle associazioni Dryphoto e [chì-na] residenti e lavoratori del quartiere sono stati coinvolti nel processo di realizzazione.
ll progetto ha trasformato in punto di forza le limitate risorse a disposizione, utilizzando direttamente i servizi offerti dagli sponsor. ASM Servizi e ASM Spa, aziende partecipate del comune di Prato per la gestione e il mantenimento delle strade e del verde, hanno direttamente eseguito la realizzazione del nuovo asfalto, fornito la vernice e le sagome per la segnaletica stradale orizzontale. Questi strumenti sono stati utilizzati per definire l’area di un nuovo spazio pubblico attraverso la realizzazione di un disegno a maiolica che copre l’intero lotto. L’arredo urbano è stato realizzato con materiali di scarto di un fabbro del quartiere e tronchi di cipresso caduti durante l’eccezionale tempesta del 5 marzo 2015.
Il successo di questo luogo, per quanto banale l’operazione possa sembrare, è stato di immediato riscontro. Migliaia di residenti per lo più cinesi si sono ritrovati nella piazza non ancora terminata per una festa di quartiere. Il solo atto di pavimentare e restituire l’area ai cittadini ha confermato il successo di un piccolo spazio a disposizione di tutti. Tante altre esperienze e manifestazioni svoltesi in Piazza dell’Immaginario testimoniano l’effettiva fame di spazio pubblico".   
 

[1] SECCHI B., Un progetto per Prato. Il nuovo piano regolatore, Firenze, Alinea, 1996.
[2] AUGÉ M., Non-lieux, Paris, Editions du Seuil, 1992.
[3] PANTANI-SURACE, La responsabilità dei cieli e delle altezze, Prato, Piazza dell’Immaginario, 2014

mercoledì 6 maggio 2015

Rottura dei non luoghi

Sottopassaggio Le Cure - Firenze
Marc Augè è ritornato recentemente sul significato della parola , nonluoghi, con un respiro adeguato ai fenomeni che investono la “città-mondo”, alle tensioni che emergono nel rapporto fra “sistema e storia”, al ruolo che può avere l’arte e l’architettura per riprendere, da parte dell’uomo, il filo della speranza e dell’utopia. Se i luoghi tradizionali presuppongono una società sostanzialmente sedentaria, i nonluoghi sono i nodi e le reti di un mondo senza confini e, dal punto di vista architettonico, sono gli spazi dello standard, strutture dove nulla è lasciato al caso, al loro interno è calcolato il numero dei decibel, dei lux, la lunghezza dei percorsi, la frequenza dei luoghi di sosta, il tipo e la quantità di informazioni. Sono identici a Milano, a New York, a Londra o a Hong Kong. L’utente sembra non curarsi che i centri commerciali siano, in gran parte, uguali. Questo, piuttosto, lo rassicura.
L’arte e l’architettura, con diversi interventi hanno inserito elementi, quasi utopici, simboli della speranza e accoglienza che possono essere raffigurati in punti cardine della viabilità metropolitana coincidenti a volte alle porte di accesso alla città.
In riferimento ad un interessante caso il cui risultato è scaturito in una mostra tenuta a Firenze alla Biblioteca del Palagio di Parte Guelfa “Nonluoghi, Fotografie e poesie di Roberto Mosi “ tenuta dal 17 settembre 2009 al 17 ottobre 2009, dove si sono presentati i risultati di una ricerca svolta sull’aspetto della poesia e della fotografia , intorno agli spazi pubblici urbani, del passaggio, della comunicazione, del commercio, per capire e catturare da questi stessi spazi, i segni di una creatività diffusa, e di una vita comunitaria.
Roberto Mosi evidenzia come il primo “benvenuto” all’ingresso dal lato sud della città è dato da “L’uomo della pioggia” di Jean-Michel Folon, la statua in bronzo posta sulla rotonda, in prossimità del raccordo autostradale, accoglie i nuovi arrivati, fra gli spruzzi della pioggia, con un’espressione leggera, sognante, accogliente. Può essere considerato come il simbolo dell’accoglienza che anima la storia e oggi, almeno in parte, la vita di Firenze.
Si possono capire, d’altra parte, esperienze di socialità, di vita comunitaria che fioriscono nei luoghi dedicati al passaggio, alla comunicazione. Un’esperienza rilevante, ad esempio, è rappresentata dalla vita che anima, in un quartiere popolare di Firenze, un sottopassaggio che passa sotto la piazza delle Cure, grazie all’operato di un gruppo di persone che in passato vivevano ai margini della società. Il sottopassaggio è tenuto pulito, grazie alle attività di volontariato, rallegrato dalla musica di un giradischi. La notte è considerato come un passaggio sicuro; in uno degli angoli più appartati dormono, in maniera discreta, persone senzatetto. I graffiti dai colori forti, violenti, carichi di simboli e i versi di poesia, caratterizzano il luogo: è una vera e propria galleria d’arte, curata da un gruppo di giovani, che periodicamente rinnova le opere che espone.
Nelle città in trasformazione, della standardizzazione e dell’omologazione, ‘sopravvivono’ i segni di una socialità diffusa, dell’affermazione della loro storia, dei valori e dei simboli della solidarietà.
«Vanno oltre i luoghi tradizionali dell’identità e della vita comunitaria, per arrivare a dipingere”, almeno in parte, con le risorse dell’arte, gli spazi dei nonluoghi. E’ un’illusione ottica? Crediamo di poter dire di no. Sono comunque tracce che oggi seguono i “dannati della Terra che preferiscono rischiare la morte fuggendo piuttosto che subirla rimanendo nel loro paese. Ingannevoli o promettenti, le luci della città brillano ancora» (Mosi 2009: 4).
La città diventa un grande contenitore di eventi dove ci si scambiano idee, pensieri, riflessioni, un luogo di socializzazione e condivisione. Dalla definizione di città come fenomeno culturale di Ulf Hannarz, città è: “un posto dove si trova una cosa mentre se ne sta cercando un’altra. Naturalmente questo significa che in città si ci può perdere. Significa però anzitutto, che la città è stata nella storia la madre di tutte le innovazioni.” (Bagnasco 1994: pp). La rigenerazione della città attraverso la ‘cura’ dei luoghi d’incontro, dove poter mettere a confronto le proprie culture, avendo cosi la probabilità di ritrovarsi con qualcun altro disposto a coltivare insieme le possibilità della nuova sintesi. “In questo modo nasce una sub-cultura” (pp). In questa direzione sembra utile affrontare la complessità dello spazio delle relazioni, spazi da riattivare cogliendo a pieno la domanda dei cittadini. [Giovanni Luca Mendola]
 
  - Premessa di Marc Augè all’ultima edizione del suo libro: Augè M., 2009, Nonluoghi. Introduzione a un’antropologia della surmodernità, Elèuthera, Milano
  - Roberto (Firenze 1942), poeta e saggista, vive a Firenze. E’ stato dirigente della Regione Toscana per la cultura, con la responsabilità, fra l’altro, del progetto I Luoghi della Fede, con la pubblicazione di 25 volumi sugli edifici religiosi della Toscana (1998-2001), e del progetto Ex Biblo, viaggio nelle biblioteche e negli archivi storici (1996). (
http://www.literary.it)
  - Si rimanda alla raccolta dei testi e poesie della mostra di fotografia patrocinata dal Comune di Firenze, Mosi R., 2009, Nonluoghi, Pensieri in fase di decollo, Versione e-book, La Récherche, Roma (
www.larecherche.it/public%5Clibrolibero%5CNonluoghi_di_Roberto_Mosi.pdf)

sabato 30 agosto 2014

UN TRATTO, UN'IMMAGINE, UN'IDEA, UNA VISIONE...

[...] L'appuntamento era al centro dell'isola, in un'ampia spianata - conosciuta come piazza del Mercato - ombreggiata e protetta da immensi ptatani. La prima volta fui sorpreso di non trovare dei mercanti di professione. Tutti erano compratori o venditori. Ciascuno barattava le proprie mercanzie con quelle degli altri. Il denaro era un concetto sensa senso, a Terra Secca.[...]

Gesualdi Francesco, 2007, Il mercante d'acqua,  Editore Feltrinelli. (pp.24)

lunedì 31 marzo 2014

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sabato 20 luglio 2013

[ Un bel vaso per Polìvo ]

Questa è la mini storia di Polìvo, un'organismo vegetale che visse più di 6.000 anni. Come tutti sanno l'organismo vegetale, non vede, non sente e non parla. In tutte le storie raccontate piace descrivere sempre i grandi scenari che stanno sullo sfondo della storia, metà della loro poesia stà, almeno credo, nell'immaginario di fondo. L'ambientazione di questa mini-storia è una grande forensta dell'Asia occidentale di circa seimila anni fa.
[ L'organismo vegetale si diffuse in tutta l'area mediterranea, dove il suo culto fu consacrato da tutte le religioni. Tutti i remagi, i re, i duchi e contro-duchi di tutto il mondo andavano a pregare davanti a Polìvo. Fin dai tempi remoti Polìvo fu considerato un simbolo trascendente di spiritualità e sacralità. Era considerato un grande segno di fertilità e rinascita, "simbolo di resistenza alle ingiurie del tempo e delle guerre, simbolo di pace e valore, Polìvo rappresentava nella mitologia, come nella religione, un elemento naturale di forza e di purificazione". Un bel giorno di sole .. venne la guerra tra gli uomini e si incazzarono a tal punto che per altri 8.000 anni rimaserò nello stesso stato. Tale fu' la distruzione nel mondo che l'unica traccia di Polìvo la ritrovarono sparsa in mille pezzi. Un giorno un uomo di grande "pirito" e spiritualità lo trovò!! Contento dell'accaduto gli venne in mente di metterlo in un bel GIGANTE VASO per esporlo, come da grande EXPO, davanti all'agorà del Ventunesimo Secolo. Ninete più venerazioni, frutti, fruttini, fertilità e remagi pieni di regali per Polìvo. Questa è la fine della tiste storia. Oggi Polìvo è vivo è vegeto nel suo bel VASO e viene coltivato per essere rivenduto a prezzi SECOLARI. Polìvo ancora oggi rivendica i suoi 6.000 anni di storia, ma non avendo la dote dalla parola non potrà mai ribellarsi al suo destino. Verrà un giorno dove gli uomini saranno ancora più incazzati per veder finalmente rinascere un organismo vegetale come Polìvo nel suo paesaggio naturale, vivendo così felice e contento. ]   Arch. G.L. Mendola

domenica 7 luglio 2013

[ Un 'posticino' anche per me! ]

Questa è la mini-storia di un organismo esosomatico in cerca di dimora dove per poco tempo si rifugerà o sosterà, fino a quando il suo "padroncino" deciderà di portarlo fuori a "fare pipì". 
[ Tutto ebbe inizio nell'800, quando una stirpe di uomini britannici scoprirono che era possibile auto-trasportarsi con gli organismi esosomatici, cioè spostarsi senza nessun sacrificio fisico da un posto ad un altro. Immaginate quindi la felicità dei padroncini!! Da lì ai giorni che seguirono milioni e milioni di padroncini portarono in giro  il loro organismo esosomatico. Finalmente si poteva andare in tre, quattro, cinque.. e così via. Fin quando un giorno il numero aumentò così tanto che per ognuno sorse l'esigenza e la voglia di diventare padroncini del proprio organismo esosomatico. Felicità, bellezza, soldi, futuro, tecnologia -   e ripeto! - futuro. 
Ebbene si!! il futuro era magia, era speranza di trovare un organismo esosomatico che lo soddisfaceva in tutto e per tutti i suoi viaggi e spostamenti. Ma come tutte le cose belle ci sono anche le brutte. Purtroppo la libertà è strettamente legata alla sicurezza, nel nostro caso bisognava essere sicuri di trovare un posto sicuro sia per padroncino che per il "nostro" organismo esosomatico, ed è lì che scattò un'insensata ossessione del POSTICINO: "dove lo metto?", dove la metto!, "oddio arrivo in ritardo a lavoro"!, mamma che traffico!!.. Insomma!! un'insostenibile ripetizione di programma quotidiano che sarà destinato a ripetersi.. e ripetersi per i giorni a seguire. Esistono ancora città che purtroppo non hanno ancora trovato "UN POSTICINO PER TUTTI". 
Questa possiamo definirla la triste fine della mini-storia. Credo però fortemente nel futuro e nel Pro-pri-pru-Gresso che ci semplifica la vita, ma per fare questo bisognerebbe anche godersi la propria libertà cominciando a farsi auto-trasportare da organismi esosomatici PUBBLICI, e perchè no!! Anche da un simpatico mezzo chiamato bicicletta, inventato da un'altra stirpe molto evoluta di cui (aimè!!) non abbiamo più tracce!!  Fornendosi fin dall'inizio di tronchesi e antifurto che di sicuro ci renderanno quella parte di giornata sicura e libera. ]  Arch. G.L. Mendola

mercoledì 11 aprile 2012

[CAOS]









"Rumore delle automobili,i clacson assordanti dei camion, il battito della cassa, il pianto dei bambini,il chiacchierio, il ronzio di persone che camminano frenetiche per le strade, l'urlare e lo schiamazzare dei venditori al mercato .. tutto questo mi fa stare bene, riesce a non farmi pensare .. perchè pensare mi fa stare male. Heart'shake" [La Domanda è: ...perchè il caos mi fa stare bene?...] 
Inoltre volevo segnalare l'iniziativa CAOS di Terni: CAOS

lunedì 19 marzo 2012

Osservazione estetica alla città filo-razionalista

 La concezione di città planetaria che impone le stesse forme, le stesse dimensioni, le stesse funzioni distribuite nello spazio,  spegne le nozioni di identità culturale e di adattamenti all'ambiente umano. La suddivisione del territorio in zone ordina rigorosamente i settori del lavoro, del tempo libero e della circolazione. Molti approcci risultarono prevalenti nella disciplina urbanistica e influenzeranno profondamente le elaborazioni progettuali degli urbanisti italiani, non solo quelle di scuole più razionaliste, ma anche quelle di matrice organica, che,  se pur attente ai caratteri morfologici e culturali, trascurano spesso le significanze naturali degli ambiti da progettare. A prevalere è la monotonia dell’edificato e delle strutture, spesso non caratterizzate da nessun elemento decorativo, edifici spogliati di carattere. Eliminando  il decoro urbano, si elimina un sistema di valori che fa riferimento ad un patrimonio collettivo e che vive della collaborazione tra pubblico e privato. Muri e prospetti decorati che si affacciano e che fanno parte degli spazi pubblici sono un esempio di questo sistema di qualità. La fine del decoro urbano per la città ha mostrato la parte meno caratterizzante della nostra epoca.

    Marco Romano nel suo testo La città come opera d’arte, evidenzia come da Mille anni in Europa le case hanno una facciata più o meno decorata con l’intenzione di renderla bella, ricorrendo ad una consolidata e costante sequenza di elementi architettonici. Questa sequenza, della quale siamo cosi assuefatti da non percepire neppure, consiste di solito in un basamento lavorato e in qualche modo distinto dai piani superiori, il solenne portone dell’ingresso, nell’eleganza delle modanature intorno alle finestre, nelle complicate balaustre del balcone, in uno spigolo sottolineato che irrobustisca gli angoli, e in fine in un cornicione o in un tetto sporgente che la conclude in alto. […] Le Corbusier aveva sostenuto negli anni Venti del Novecento, che la modernità dovesse consistere proprio nel cancellare codesti elementi, prescrivendo nei suoi manifesti in piano terreno libero dove compaiono soltanto i pilastri – cancellato dunque il basamento, come tutte le case di Brasilia - , finestre in un nastro orizzontale continuo che avrebbe impedito di per se stesso i timpani e le cornici consueti, e infine il tetto piano senza alcuna sporgenza. Ma di fatto poi gli architetti si guarderanno bene dal seguire questi principi e le facciate delle case moderne avranno gli stessi elementi costitutivi della loro bellezza, disegnati in nuovo stile affiancati a quelli in uso fino ad Ottanta anni fa: anche se poi il rigore del Purismo moderno è diventato la distesa di case anonime e insignificanti dei quartieri contemporanei. Si distinguono cosi gli status, gli intonaci dei poveri e i serramenti malamente verniciati dei quartieri popolari, contrapposti ai bei palazzi dell’élite.

    Il mondo moderno per lungo tempo ha quasi dimenticato l’esistenza dei colori sulle facciate, preferendo poche tinte neutre, il bianco, il grigio e il marrone. La maggior parte degli edifici di nuova concezione razionalista (il più delle volte interpretazioni), spesso di scarso valore architettonico, non si integrano armoniosamente con il contesto antico, anzi la loro presenza risulta quasi sempre contrastante con il resto del contesto urbano, la mancanza di urbanità.

    Oggi è diventato urgente il ritorno ad un’armoniosa integrazione tra la forma (conscio) e il colore (incoscio), che sostituisce la concezione forma e gesto architettonico.

    Uno strumento legislativo importante è il “Piano del Colore” utile per la riqualificazione e il recupero del costruito antico, ma soprattutto per la regolamentazione dell’aspetto estetico degli edifici di recente costruzione, che completano il tessuto dei centri storici. I Piani del Colore sono spesso molto diversi tra loro, perché ogni Comune si è dotato di norme e organi differenti. Il rispetto per l’ambiente, presuppone anche il riguardo per le sue peculiarità: naturali, paesaggistiche, storiche, culturali, architettoniche. Oggi la globalizzazione tende ad avvilire la tradizione e la memoria, e i Piani del Colore si contrappongono a questa tendenza. Se in Italia infatti sono molti i Comuni che si sono dotati o si stanno dotando di un Piano del Colore del Centro Storico, pochi invece pensano a un Piano Cromatico per i moderni quartieri del margine urbano. Il colore è uno degli strumenti, forse il più importante, per la riqualificazione, perché con costi contenuti è possibile trasformare l’impatto visivo di un edificio, di una strada, di un quartiere, di un complesso industriale. Il colore, con la sua capacità di influire sulla percezione della forma, può riplasmare i volumi, correggere le distanze e armonizzare le proporzioni. “Nelle campagne, il colore può mimetizzare l’ingombrante e imbarazzante presenza degli edifici industriali. Anche nei casi in cui la situazione è particolarmente compromessa dal punto di vista estetico, il colore può aggiungere carattere, fantasia, allegria” . Forse la strada più corta per ovviare a precisi interventi di recupero strutturale più profondi, ma di certo un tassello importante, per la riqualificazione urbana (a basso costo) dei quartieri marginali alla città, ormai da molti anni spogli di carattere, per l’Italia, che presenta le più brutte periferia d’Europa.

    [Mendola G.L.]

Arte e politiche urbane nella città neoliberista/Art and urban policies


articolo di Danilo Capasso
"Situazione: Ci troviamo in un’epoca in cui il ruolo dei governi appare prevalentemente, quello di provvedere a creare le condizioni migliori per l’applicazione delle leggi di mercato - spesso con l’intenzione utopica di neutralizzare ogni tipo di antagonismo sociale e distribuire la felicità per tutti nella mainera più efficiente e sostenibile – se non nell’immediatezza, almeno sulla lunga distanza. (BAVO 2007) In questo contesto emerge l’arena di una contesa, di una conflittualità tra diversi interessi e attori che siedono al tavolo delle decisioni sulle trasformazioni della città. Gruppi di potere economico, interessi politici, interessi di categorie particolari, interessi dei cittadini - si scontrano e si contendono lo spazio e le sue modalità d'uso e sfruttamento. In questa trattativa asimmetrica il bene comune e quello in particolare dei cittadini, sono regolarmente snobbati per favorire gli interessi degli investitori privati. Una deriva neoconservatrice e neoliberista che privatizza e travolge le politiche urbane, mortifica la vita democratica e crea spazi di esclusività che balcanizzano i rapporti tra i diversi ceti sociali (gentrification, displacement). Ogni paese, in relazione alla propria struttura culturale e socioeconomica, esprime un diverso grado e qualità di questa contesa, anche in rapporto alle diverse strategie di consolazione della cittadinanza a base culturale.I teorici urbani BAVO definiscono questa forma di conflitto impossibile come la relazione tra democrazia ed espertocrazia. (BAVO 2007)
Ruolo dell’arte
Ma quale può essere il ruolo dell’arte (relazionale, site-specific, pubblica, documentativa e di ricerca) e delle diverse pratiche informali nella contesa qui in discussione? E’ l’arte anche un dispositivo per stimolare la proattività della cittadinanza e contribuire a riequilibrare I pesi al tavolo delle trattative? E’ l’arte un termometro della contesa? Proprio il ruolo ambivalente e mutevole dell’arte ne determina la capacità di raccontare la realtà, metterne in evidenza le contraddizioni e contribuire a combatterle, oppure adagiarsi alla costante della rappresentazione del potere dominante.. Negli anni ‘70 del 1900 il critico e curatore E. Crispolti aveva richiesto all’arte “….un impegno sociale non risolvibile dentro il territorio del linguaggio, ….ma espanso nello spazio urbano quale “campo operativo”, inteso non soltanto come area fisica collettiva, ma come spazio sociologico, come rete di comunicazione di massa, come funzione e gestione sociale di tale spazio..”, un pensiero da considerare paradigma dell’arte relazionale, ma anche una riflessione sulla “politicità” dell’arte specialmente quando esperita nello spazio pubblico. (Campitelli 2008)."
BAVO, a cura di BAVO, Urban Politics Now, Re-imagining Democracy in the Neoliberal City, NAi Publishers, 2007
Maria Campitelli, a cura di Maria Campitelli, Public Art a Trieste e dintorni, SilvanaEditoriale, 2008
Immagine: Notte delle Arti Contemporanee (“Contemporary Arts 2010“) Proiezione delle foto delle opere sulla facciata di un palazzo della piazza Editing Immagini : Francesca Gentile e Gemma Santi Musiche dal vivo al violoncello e arrangiamenti: Lamberto Curtoni

Estratto dal lavoro del Dipartimento di Progettazione Urbana e di Urbanistica dell’Università Federico II, che promuove una serie periodica d’incontri al fine di mettere a confronto ricerche, piani e progetti su argomenti fondamentali per il miglioramento dell’ambiente abitato, la progettazione dello spazio sociale e il governo del territorio.
Arte e politiche urbane nella città neoliberista [disp.ONLINE]
di Danilo Capasso in: "Abitare il futuro… dopo Copenhagen" GIORNATE INTERNAZIONALI DI STUDIO, Napoli 13-14 Dicembre 2010

giovedì 8 marzo 2012

[ Abbattere o non abbattere ]

Pensare al sociale come mèta da raggiungere, come stile d'imprenditoria profondamente umano, come antidoto contro ogni degrado del diritto naturale d'ogni persona a vivere da protagonista in società. L'urbanizzazione adatta ne è causa, condizione e sostenibilità rassicurante.”  (Pertini e altri 2011)

martedì 27 dicembre 2011

[Street Art Village]

Estate 2008. Il progetto Street Art Village ideato e curato da Debora Di Gesaro promosso dall'associazione culturale Spazio Urbano Design di Palermo, in partnership con il comune di Campofelice di Roccella e gli assessorati regionali al turismo e alla cultura. Un gruppo selezionato di famosi artisti italiani e spagnoli si susseguiranno da fine giugno a settembre per realizzare decorazioni murali a Campofelice di Roccella. La cittadina è diventata un villaggio di artisti chiamati a contribuire con la loro azione creativa a migliorare il decoro urbano, comunicando gusto estetico ma anche impegno sociale in opposizione al degrado provocato nel passato dalla speculazione edilizia. Strade, piazze, intere facciate di edifici diventano superfici di sperimentazione per soluzioni estetiche ed espressioni dell'identità del territorio.